Come principale strumento di credito, la lettera di cambio finanziava il commercio internazionale. Di norma i banchieri erano anche mercanti; non c’era una netta distinzione. L’Italia trasportava spezie, allume, seta e beni di lusso verso Nord, mentre dall’Europa settentrionale giungevano lana, stoffe, stagno, piombo e cuoio. Poiché il saldo commerciale era ampiamente in favore dell’Italia e nessuno voleva viaggiare con grandi somme di denaro, veneziani, genovesi e fiorentini dovettero inventare triangolazioni commerciali per far rientrare i proventi dall’estero, spesso passando per Barcellona e Valencia o per le grandi fiere di Ginevra e Lione.
Con le strade spesso in cattivo stato ed esposte agli assalti di malfattori d’ogni sorta, i beni ingombranti in genere attraversavano via mare il golfo di Biscaglia. Il viaggio era lento, le navi spesso caricate oltre il limite, e la costa della Catalogna era famosa per i suoi pirati. Non di rado, quando la merce giungeva a destinazione, le condizioni di mercato erano mutate in peggio. Il grosso delle spedizioni era assicurato, con banche e privati che si accordavano per spartire rischi e profitti. I premi erano più bassi se la nave era difesa da arcieri. «Nel nome di Dio e di buona ventura» imploravano i documenti di spedizione.
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