Il bando della Chiesa sull’usura e le immagini di usurai che bruciavano all’inferno erano un forte deterrente. Tuttavia molti avevano bisogno di prestiti, e non aveva senso concederli senza un tornaconto. Serviva una soluzione che non solo aggirasse il divieto ma che non sembrasse affatto usura.
«Il cambio è gentil trovato» scrisse Benedetto Cotrugli nel 1458, «cosa d’ingegno è difficile inseguire» e per giunta «quodadmodo impossibile a uno religioso intenderlo». Per oltre 200 anni fu la lettera di cambio a consentire ai banchieri di trarre profitti dai prestiti senza sentirsi usurai.
Le città italiane non possedevano sempre valute estere in quantità, perciò per cambiare fiorini in, poniamo, sterline inglesi bisognava versare i fiorini a Firenze e ritirare le sterline a Londra. Ufficialmente servivano 90 giorni per arrivare a Londra, così c’era tempo per sfruttare quei fiorini prima di restituirli in sterline. Poiché il tasso di cambio favoriva sempre la moneta locale, chi incassava poteva fare un’analoga operazione di cambio a Londra per riconvertire le sterline in fiorini e dopo altri 90 giorni conseguire un profitto compreso tra il 10 e il 20 percento.
La lettera di cambio legava la finanza al commercio, con la distanza e i tassi di cambio che rimpiazzavano il tempo e i tassi d’interesse.
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